Bamboo

Mi piace pensare di avere il controllo delle cose.

Mi piace credere di poter scegliere come reagire e quanta energia investire. Avere la forza di decidere che qualcosa non merita più la mia attenzione, o la mia preoccupazione, perché ne ha già rubata troppa…

Convincermi che sono in grado di gestire una situazione difficile quando si presenterà, che sarò preparata quando arriverà, perché so che arriverà, la aspetto.

Mi ripeto i passi da seguire, mi concentro su una cosa alla volta, in ordine, uno dopo l’altro. E ripeto. E ripeto. Come un mantra, o forse è un gioco. Mi aggrappo a questo schema, perché sento che è l’unica cosa stabile che ho, l’unica che non può farmi sorprese e che non può deludere, perché sono io che la creo, io che decido. Io che piego lei, non lei che piega me.

E per un attimo mi sento invincibile, piena di forza, inflessibile. Acquisisco la consapevolezza che niente di quello che accade può piegarmi, perché so come reagire nel modo giusto, come mi sono ripetuta più e più volte.

Ma ho creato le regole di un gioco che non è mio e che non vuole regole.
E capisco che così non può funzionare, che è un’illusione effimera e nociva, perché ci sono cose per cui se non sei disposto a piegarti ti spezzano.

Ed è qui che una piccola parte di me, la più tenera e fragile, si fa spazio e mi fa capire che l’unica cosa da fare è lasciare andare.

Mollare la presa e accettare di farsi trasportare da cose che sono più grandi di noi e su cui è inutile tentare di avere il controllo. Accettare, mollare, piegarsi. Che non significa cedere inermi alla volontà degli eventi, ma permettere loro di cambiarci, di farci evolvere e di non lasciarci impassibili, perché è questo che ci rende vivi.

Vorrei allora essere come il bamboo, che lascia posto al vento e gli permette di farsi piegare e tornare nella sua posizione, anche se non identica a prima, per poter essere piegato di nuovo e continuare così a crescere, a cambiare, ad adattarsi, a vivere.

Autore anonimo

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